ALBANIA: è possibile conciliare energia e protezione dell’ambiente?

18 marzo 2020 - 16:21

La mancanza di energia elettrica in Albania è un problema grave e la sua soluzione deve costituire una priorità della politica nazionale.

Il consumo di energia nel Paese delle aquile è aumentato all’aumentare del progresso sociale, economico e tecnologico, purtroppo l’evidente discrepanza tra il potenziale delle rinnovabili e il loro attuale sviluppo risulta desolante in Albania come anche in tutti Balcani Occidentali, Croazia a parte.

Ancora oggi l’intero sistema produttivo di energia si basa sulle centrali idroelettriche ci sono molti nuovi progetti sul tavolo, alcuni persino in aree protette; si rischia però di esagerare, autorizzando impianti senza le necessarie valutazioni di impatto ambientale e sociale sui territorio interessati. Valbona è uno di questi: qui, nelle Alpi Albanesi, dove da sempre vige la legge del mutuo aiuto, sabato 29 ottobre artisti jazz di fama internazionale (Eda Zari e Elina Dun), attraverso la musica hanno manifestato contro la realizzazione di centrali a cascata nel Parco Nazionale.

Il turismo sostenibile è la linfa vitale di queste montagne, ecco perché le comunità locali e le organizzazioni non governative si stanno adoperando per fermare questi progetti che non dovrebbero essere consentiti in aree protette dall’alto valore di conservazione della biodiversità.

Stiamo parlando di una realtà che promette di diventare la più grande e straordinaria area protetta del Paese delle aquile, nonché una delle più tutelate di tutti i Balcani Occidentali: il Parco Nazionale di Valbona, uno degli ambienti più selvaggi e incontaminati dell’Albania, la vicina Valle del fiume Gashi, con un patrimonio forestale d’inestimabile valore scientifico, il Parco Nazionale di Theth, incastonato fra valli e monti dalle altezze mozzafiato, e il Parco Nazionale Prokletije, gruppo montuoso delle Alpi Dinariche che si trova ai confini tra Kosovo, Montenegro ed Albania, sono seriamente candidati a dare vita al nuovo Parco Nazionale delle Alpi Albanesi! La creazione di un’area protetta internazionale rappresenterà il vero miracolo delle Alpi del Ducagini.

Noi tutti ci auguriamo che sia una storia a lieto fine, che si istituisca questa grande rete ecologica, garanzia di uno sviluppo di qualità grazie alla conservazione della biodiversità e degli ecosistemi, e perché rappresenterà un elemento centrale per la promozione e lo sviluppo sostenibile del territorio.

E’ nella natura delle cose che succeda questo: soprattutto negli ultimi due anni luoghi come Valbona e Theth consentono ai turisti albanesi e stranieri di trascorrere una vacanza alternativa, in un territorio “alto” non solo per la quota ma anche per i valori che ispira a chiunque lo venga a visitare. Qui, grazie anche all’impegno e alla passione delle comunità locali, si sta sviluppando una proposta turistica outdoor, voluta dai visitatori slow che sono alla ricerca di emozioni e di un maggiore contatto con la natura e la cultura locale.

Non è mistero che le Alpi Albanesi siano diventate una delle mete turistiche più richieste dei Balcani Occidentali, sia per chi viaggia in autonomia – come il sottoscritto – ma anche per i Tour Operator.

Si pone quindi chiaramente la necessità di una svolta importante nelle future scelte del governo; Edvin Kristaq Rama, attuale Primo ministro dell’Albania, deve riconoscere il ruolo primario che riveste la gente che vive e opera in queste aree protette: a loro devono essere riconosciute delle opportunità in più per rappresentare i propri interessi, per essere ascoltati e poter partecipare alle decisioni che riguardano le loro attività e il loro futuro.

I corsi d’acqua rappresentano uno dei sistemi fisici più di altri sottoposti a forti pressioni antropiche: la tutela della biodiversità e lo sviluppo turistico outdoor – già in atto, voglio sottolinearlo – devono rappresentare gli elementi fondanti per qualsiasi politica che miri a creare benefici di carattere generale al territorio e agli equilibri ambientali.

Purtroppo c’è ancora grande distanza tra le intenzioni e fatti concreti. Infatti, in attesa di questo prestigioso riconoscimento – l’istituzione del Parco Nazionale delle Alpi Albanesi – l’ecosistema del fiume più amato dagli albanesi, il Valbona, che sfocia nel fiume Drini, potrebbe essere compromesso se dovessero essere realizzati tre progetti finalizzati alla produzione di energia idroelettrica.

Una prima centrale a cascata è stata iniziata nel 2013, la “Valbona HPP”; in questi giorni altri due impianti sono pronti a partire, il Cerem e il Dragobi, che insieme sono indicati come Dragobia Cascades, destinati a produrre 27 MW di energia.

Le comunità locali sono profondamente preoccupate perché la realizzazione di queste centrali idroelettriche potrebbe compromettere quanto di buono è stato prodotto in questi anni: una emergente proposta turistica legata all’outdoor e al maggiore contatto con la natura. A rendere il quadro generale ancora peggiore sono le notizie che trapelano: sembra che le concessioni siano molte di più, sul fiume Valbona si parla di una licenza per ulteriori 9 piccole centrali idroelettriche HPP, di cui 3 interamente all’interno del Parco Nazionale di Valbona, che, desidero sottolineare, è collegato al vicino Parco Nazionale di Theth da un bellissimo trekking, tanto che rappresenta oggi una delle destinazioni più popolari dei Balcani.

Il turismo sostenibile è la linfa vitale di queste montagne, ecco perché le comunità locali e le organizzazioni non governative si stanno adoperando per fermare questi progetti che non dovrebbero essere consentiti in aree protette dall’alto valore di conservazione della biodiversità (gli 8000 ettari del Parco Nazionale di Valbona, tutelati dal 1996, fanno parte della Rete Smeraldo, la rete ecologica formata da aree di particolare interesse, designate ai sensi della Convenzione di Berna).

La valle di Valbona è ammirata tutti gli anni da migliaia di viaggiatori albanesi e stranieri, l’intera regione si basa sul turismo verde per garantire sostentamento alla maggior parte delle comunità locali che investono in strutture ricettive e servizi per gli escursionisti.

Seppure l’energia generata dalle turbine sia pulita, l’edificazione di opere idrauliche imponenti, come gli sbarramenti delle dighe, laghi di deposito, canali di derivazione, strade realizzate lungo territori vergini, linee elettriche e torri massicce dell’alta tensione, serbatoi di energia idroelettrica, installazione di grandi turbine e generatori elettrici, può causare gravi dissesti idrogeologici. Ricordiamo che in passato, in Europa e nel Mondo, per la mancanza di adeguate analisi geologiche si sono verificate terribili catastrofi, nella mente di tanti c’è ancora la tragedia del Vajont del 1963 che causò 1970 vittime.

Quindi, seppure le centrali a caduta offrano energia a costi molto competitivi e rappresentino una fonte di energia illimitata, la costruzione degli impianti e lo sfruttamento dei corsi d’acqua non sono privi di impatto ambientale. Basti ricordare che il prelievo idrico riduce la quantità di acqua nei torrenti e nei fiumi a valle degli impianti, provocando sconvolgimenti negli ecosistemi fluviali con gravi danni al patrimonio ittico e naturalistico; ad esempio, le specie autoctone  Trout hanno bisogno di muoversi su e giù per i corsi d’acqua, se però vengono bloccate da una serie di barriere invalicabili viene impedito a loro di riprodursi.

Durante il governo comunista venne costruita la diga di Koman, erano gli anni Ottanta, ma la realizzazione di altri sbarramenti è proseguita anche negli anni Novanta e Duemila; con Sali Berisha, nel suo ultimo quinquennio, tra il 2008 e il 2013 furono autorizzati 450 piccoli e medi impianti idroelettrici, le licenze per l’esecuzione di alcuni di questi vennero date a solo un mese dalle elezioni; legittimo domandarsi se siano state fatte le valutazioni di impatto socio-economico e ambientale  nei tempi e nelle modalità necessarie a garantire la trasparenza dei risultati ottenuti. 

Si teme che queste concessioni siano state accordate dal Governo con estrema superficialità,  permettendo la realizzazioni d’impianti su corsi d’acqua incontaminati e all’interno di aree protette. Comunque gli ambientalisti si sono già mobilitati contro le concessioni rilasciate a 3 società per la realizzazione di 14 centrali idroelettriche nella zona di Valbona e autorizzate dall’ex governo di centro-destra.

Il Parco Nazionale di Valbona non è l’unico a essere minacciato dalla costruzione delle dighe, nell’Albania del Sud anche il fiume Vjosa e i suoi bellissimi canyon rischiano di essere compromessi dalla costruzione di centrali idroelettriche. Varie Organizzazioni non governative hanno scritto al primo ministro Edi Rama e all’Unione Europea chiedendo che i progetti di costruzione delle centrali idroelettriche sui fiumi Vjosa e Valbona vengano riconsiderati.

Come riportato da Andrea Zambelli sul sito East journal  “l’idea è quella, attraverso l’agenda per la connettività nel settore energia, spinta dall’Unione Europea attraverso il processo di Berlino, di sfruttare il potenziale idroelettrico nei Balcani a livello regionale, puntano a costruire nuove centrali idroelettriche in Bosnia-Erzegovina e Serbia, laddove invece la produzione di energia si basa principalmente sul ben più inquinante carbone, e lasciando un po’ più tranquille le montagne albanesi. Nel frattempo, nessuna centrale dovrebbe essere costruita a sul fiume Vjosa, a monte dell’impianto di Kalivaç, inaugurato dall’ENEL nel 2001. E varie aree potrebbero presto essere designate come aree protette all’interno del programma UE “Natura 2000”.

Nel Paese delle aquile l’idroelettrico si dimostra poco affidabile nonostante la forza gravitazionale dell’acqua sia la principale fonte di energia pulita, alternativa e rinnovabile. Infatti, l’Albania è il Paese balcanico che risente maggiormente dei cambiamenti climatici, quindi in assenza di precipitazioni – eventualità non rara nel periodo estivo – si abbassa il livello dei fiumi dove si trovano gli impianti; si raggiunge così la soglia della crisi energetica, problema affrontato dal Governo acquistando energia all’estero.

In pratica, il sistema va in crisi quando il livello dell’acqua cala nel bacino collettore; non conforta sapere, tornando alla Valle di Valbona, che gli impianti HPP di Dragobia Cascades per funzionare correttamente debbano ricevere 12.66 metri cubi di acqua al secondo, mentre il flusso del fiume è di soli 7 m3/s che si riduce a circa 3 m3/s durante i mesi di siccità.

Tutto questo fa sì che il sistema energetico albanese sia in una crisi permanente. Quale può essere la considerazione finale se non che per risolvere il problema dell’energia elettrica non ci si deve basare solo sull’energia idrica bensì anche sulle fonti d’energia rinnovabile, solare e eolica in primis.

Sull’intero scenario delle rinnovabili nella regione balcanica riportiamo di seguito un passaggio significativo dell’intervista realizzata da Matteo Tacconi  a Ioana Ciuta, energy coordinator di CEE Bankwatch Network, pubblicata su Osservatorio Balcani e Caucaso.

“Cosa intende quando dice che l’idroelettrico comporta rischi a livello di sostenibilità e cambiamenti climatici? In una regione dove sono presenti gli ultimi fiumi incontaminati d’Europa, la corruzione e la carenza di strumenti per la protezione ambientale possono causare danni immensi. In una nostra vasta analisi, basata sull’esame di 1829 progetti, abbiamo identificato 1355 siti idroelettrici pianificati o entrati in funzione dal 2005. Sono progetti “greenfield”, vale a dire nuovi, non programmati in precedenza. Tra questi, 200 sono operativi e 113 in via di realizzazione. C’è dunque un danno, almeno potenziale, già fatto. Ma è ancora possibile intervenire e prevenire: ci sono 994 progetti non ancora partiti, infatti i danni potenziali causati da tali progetti sono enormi, soprattutto se si considera che stiamo parlando di una regione che ospita alcuni fra i fiumi più imponenti d’Europa; una regione che è al contempo affetta da una combinazione molto pericolosa di corruzione diffusa e di mancata tutela delle risorse naturali.

Conclusioni

La costruzione di queste centrali a cascata a Valbona possono comportare un impatto ambientale di grandi proporzioni, sia nella fase costruttiva delle opere, sia a posteriori nell’impatto visivo ed estetico, con modifica del paesaggio, distruzione di habitat naturali, spostamenti di popolazione, perdita di aree agricole, ecc. E nel caso specifico, come già detto, ci troviamo all’interno del Parco Nazionale che conta più di 8.000 ettari coperti da boschi di faggi, pini, abeti e castagni, pareti di roccia alte e ripide, ambienti di eccezionale biodiversità che ospitano il raro abete rosso (Picea abies), grandi mammiferi come l’orso, il lupo, la lince, le capre selvatiche e il capriolo, oltre, naturalmente, alla mitica aquila di montagna! Nelle acque che corrono lungo la valle vive la lontra, una specie in via di estinzione e la cui salvaguarda ha importanza a livello mondiale.

Per questa serie di motivi gli attivisti della regione di Tropoja si stanno preparando a presentare azioni legali per fermare il progetto di costruzione di centrali idroelettriche sul fiume Valbona e sui affluenti.

Il WWF e TOKA (Organizzazione non Governativa per la protezione ambientale dell’Albania del Nord), hanno invitato il Governo a fermare tutte le costruzioni idroelettriche nel Parco Nazionale di Valbona, hanno chiesto l’annullamento delle licenze esistenti poiché la Valle di Valbona è protetta dalla “IUCN categoria II” per l’alto valore scientifico dei suoi ecosistemi; inoltre desiderano che venga migliorato il quadro normativo nazionale, allineandolo a norme e regole dell’Unione Europea, in accordo con il processo di adesione alla Comunità Europea.

https://www.youtube.com/watch?v=ZDTvzFyX8C8″/]

Ma quando si parla di Valbona di riflesso si pensa anche a lei, Catherine Bohne (catherine@journeytovalbona.com e profilo facebook), americana naturalizzata albanese, a capo dell’organizzazione TOKA. Qui ha trovato la sua Terra Promessa, ne conosce ogni centimetro quadrato e oggi è in prima linea per difenderla. Per maggiori approfondimenti segnaliamo pertanto il suo sito www.journeytovalbona.com dove sono documentate diverse mancanze nel processo di autorizzazione delle concessione per la costruzione degli impianti idroelettrici.

APPROFONDIMENTO: L’IDROELETTRICO IN ALBANIA

La ricchezza d’acqua dell’Albania e della Bosnia-Erzegovina è superiore a quella delle altre nazioni dei Balcani Occidentali. In particolare, per il Paese delle aquile, torrenti e fiumi rappresentano una grande risorsa e un investimento importante nell’ambito delle fonti rinnovabili: il 95% dell’energia prodotta, infatti, deriva dalle centrali idroelettriche che sfruttano l’acqua che scende dalle Alpi Dinariche.

Una scelta dettata dalla conformazione del territorio, ma anche da quarant’anni di totale autarchia e isolamento dal mondo sotto il governo del dittatore albanese Enver Halil Hoxha, che esercitò il suo potere di stampo stalinista dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla sua morte nel 1985! Come ben descritto nell’articolo  “L’Energia albanese” pubblicato sul sito Osservatorio Balcani e Caucaso “dal 1985, anno in cui è stata inaugurata l’idrocentrale (HEC) di Koman, non è stato più attuato alcun investimento sulle fonti energetiche (…). Ci si è accontentati solo dell’energia elettrica che viene prodotta dalle idrocentrali che sono state costruite dal sistema a partito unico. Tra queste, quelle collocate sulla cascata del fiume Drin, sul fiume Mat e le Bistrica 1 e Bistrica 2 sul fiume Bistrica”.

Oggi l’Albania continua a importare dall’estero il 45% dell’energia che le serve. Si cerca pertanto di aumentare le quote di energia interna, con il rischio però che uno sfruttamento troppo intensivo del settore idroelettrico comporti una mancata diversificazione della fornitura di energia. Si stanno facendo i primi passi, ad esempio, il passaggio nella terra di Giorgio Castriota Scanderbeg del gasdotto TANAP/TAP (Trans Anatolian Pipeline /Gasdotto Trans-Adriatico), proveniente dall’area del Mar Caspio (Azerbaigian) e diretto in Italia e in Europa, consentirà all’Albania di aggiungere anche una quota di gas tra le sue fonti di energia convenzionali.

Non bisogna trascurare le altre forme d’energia, quelle rinnovabili. Sempre nell ‘articolo  “L’Energia albanese” si specifica che “l’Albania è uno dei paesi più soleggiati d’Europa, ad esempio a Durazzo si ha una quantità di luce solare media di 2700 ore all’anno, vale a dire 225 giorni da 12 ore caratterizzati dal pieno sole. Un’altra alternativa possibile per produrre energia in Albania, è l’utilizzo delle potenzialità eoliche, puntando sempre a non provocare inquinamento. Vi sono varie zone valutate come adeguate per la costruzione di tali impianti, Milot, Bulqiza, Lezha, Librazhd, ma anche la riviera”.

Sicuramente il Governo oltre a considerare forme di energia alternative all’idroelettrico, dovrà provvedere a trovare una soluzione allo spreco che si riscontra all’interno dello stesso sistema di distribuzione dell’energia elettrica: sono ingenti le perdite nella trasmissione per via delle reti deteriorate, il mancato pagamento del consumo da parte dei consumatori e i furti.

Testo di Enrico Bottino

L’autore ringrazia l’amico Dritan Marku della compagnia “Komani Lake Ferry Berisha “per averlo sensibilizzato su quello che sta succedendo nelle Alpi Albanesi. “L’amicizia resta un mistero: non ci siamo mai conosciuti di persona però mi sento vicino a te e alla tua terra”.

 

 

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