Pyramids of Zone Rock formations, also known as fairy chimneys, earth pyramids, hoodoos Monument rocks (Chalk Pyramids) of Zone at (ISEO) lake Lombardy Italy
A un’ora da Milano c’è un posto dove la terra sale verso il cielo a forma di ago, sormontata da un masso enorme come un cappello da mago, e il lago luccica in basso tra il verde degli alberi.
Non è il set di un film fantasy, non è un parco a tema, non è nemmeno uno di quei posti che finiscono sulle copertine delle guide.
È Zone, un comune di poche centinaia di abitanti sulla sponda bresciana del Lago d’Iseo, e quello che custodisce – gelosamente, quasi con pudore – è uno dei fenomeni geologici più rari e spettacolari d’Europa.
Tutto comincia molto prima di noi.
Durante la terza glaciazione, a pochi chilometri dall’attuale Milano, quella che i geologi chiamano glaciazione di Riss, un ghiacciaio immenso proveniente dalla Valle Camonica occupava l’intero bacino del Lago d’Iseo con uno spessore di oltre seicento metri.
Ph: Gettyimages/fotoember
Quando i ghiacci si ritirarono, lasciarono sul terreno uno strato enorme di morena: argilla compatta, detriti misti, massi erratici di ogni dimensione. Era la materia prima. La pioggia fece il resto.
L’acqua piovana, nel corso di millenni, ha eroso il deposito morenico in modo selettivo. Dove c’era un masso abbastanza grande da fare da ombrello, la colonna di terra sottostante si è salvata.
Dove non c’era protezione, l’erosione ha scavato via tutto, creando voragini, canyon in miniatura, solchi profondi.
Il risultato finale è una foresta di guglie che emergono dal bosco come dita puntate verso il cielo, ciascuna con il suo cappello di roccia in equilibrio precario sulla sommità.
La cosa che colpisce di più, quando si arriva da Milano davanti alle piramidi, è che non sono un monumento fisso. Non sono finite.
La più alta supera i trenta metri, con una base di circa otto metri di diametro e un masso in cima grande quanto una piccola stanza — quattro metri di diametro, appoggiato lì come se qualcuno lo avesse posizionato con cura.
Ma accanto a lei ci sono guglie ancora giovani, altre in fase di crollo, altre che sono già scomparse e che nelle foto di vent’anni fa c’erano ancora.
Ph: Gettyimages/Artem-Bolshakov
È un paesaggio vivo, nel senso più letterale: cambia stagione dopo stagione, pioggia dopo pioggia.
Tornare a vederlo a distanza di anni significa trovare qualcosa di diverso, come se la natura non smettesse mai di lavorarci sopra.
Questo — più di qualsiasi spiegazione geologica — è ciò che rende il posto davvero inquietante e meraviglioso allo stesso tempo.
C’è anche una questione cromatica, di cui si parla poco. Le piramidi non sono grigie come ci si immaginerebbe: hanno una tonalità violacea, quasi rossastra, che contrasta con il verde intenso del bosco circostante e con il bianco delle cime calcaree sullo sfondo.
In autunno, quando il fogliame vira verso l’arancio e il rosso, la combinazione di colori diventa quasi eccessiva, quasi irreale — il tipo di paesaggio che, fotografato, sembra ritoccato.
Il borgo di Zone siede su un altopiano a circa 600 metri di quota, e dalle radure intorno alle piramidi si apre una vista sul Lago d’Iseo che toglie il respiro.
Ph.: Gettyimages/Alessandro Vallainc
L’acqua in basso, le guglie in primo piano, le montagne tutto intorno: è una di quelle composizioni visive che la natura costruisce senza preavviso e senza chiedere il permesso.
Si raggiunge Zone dalla sponda orientale del lago, risalendo da Marone lungo una strada provinciale che sale decisa tra curve e boschi per una manciata di chilometri.
Il sentiero che attraversa la riserva parte dalla frazione di Cislano, è lungo circa due chilometri, ben segnalato e percorribile senza equipaggiamento particolare — adatto anche a chi non è un escursionista.
Ph: Gettyimages/siete_vidas
Si cammina nel bosco, tra faggi e castagni, e le piramidi compaiono gradualmente, prima una, poi due, poi un’intera parete che ti si para davanti e che non ti aspettavi così grande.
L’area è protetta dal 1984 come Riserva Naturale Regionale, si estende su circa ventuno ettari tra i quattrocento e i seicento metri di quota, ed è rimasta miracolosamente fuori dai circuiti del turismo di massa.
Per ora. Il che significa che c’è ancora la possibilità di visitarla in relativa solitudine, sentire solo il rumore del vento tra gli alberi, e avere per qualche minuto l’impressione di aver scoperto qualcosa che non tutti sanno.
Una sensazione sempre più rara, e per questo ancora più preziosa.
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